Il Dividendo Daziario di Trump, Realtà o Illusione?

L’annuncio di Donald Trump di un “dividendo daziario” da 2.000 dollari per i cittadini americani a basso e medio reddito ha generato un’immediata euforia sui mercati, in particolare nel settore delle criptovalute, evocando i ricordi degli stimoli economici del 2020. La proposta, finanziata interamente con le entrate derivanti dai dazi sulle importazioni, si presenta come una mossa politica audace. Tuttavia, un’analisi approfondita rivela significative criticità economiche, legali e finanziarie che mettono in dubbio la sua fattibilità e sostenibilità a lungo termine.

Come sempre facciamo con le nostra analisi vediamo insieme quali sono i pro e contro.

Cominciamo dicendo che la proposta di Trump si basa su una narrazione politicamente efficace e ha generato un impatto immediato sui mercati finanziari, capitalizzando sulle aspettative di nuova liquidità.

Il piano prevede un pagamento in contanti di “almeno 2.000 dollari a persona (esclusi i redditi alti!)”, una misura concepita per alleviare il costo della vita per le famiglie a basso e medio reddito. Questa iniezione diretta di liquidità è pensata per stimolare i consumi e sostenere l’economia nel breve termine.

La proposta si inserisce nella logica protezionistica di Trump, secondo cui i dazi “fanno pagare i paesi stranieri e arricchiscono l’America”. I dazi vengono presentati non come un costo per i consumatori americani, ma come una “tassa di protezione” pagata da entità estere, principalmente da Cina e UE, le cui entrate possono essere ridistribuite ai cittadini.

L’annuncio ha scatenato un’immediata reazione positiva, specialmente nel mercato delle criptovalute. Bitcoin è salito dell’1,75% e Ethereum del 3,32% nei minuti successivi. Questo ricorda il bull run del 2020-2021, innescato in parte dagli assegni di stimolo della pandemia che fecero schizzare Bitcoin da 4.000 a 69.000 dollari. L’aspettativa di liquidità, che si concretizzi o meno, agisce da carburante per l’aumento dei prezzi.

Trump ha infine affermato che le entrate daziarie, che secondo lui potrebbero superare 1 trilione di dollari all’anno, sarebbero sufficienti non solo per coprire il dividendo, ma anche per iniziare a ripagare l’enorme debito nazionale statunitense di 37 trilioni di dollari con i “soldi stranieri”.

Quello che invece ci convince meno amici è che nonostante l’attrattiva politica, il piano del “dividendo daziario” è afflitto secondo noi da profonde contraddizioni economiche, ostacoli legali e una matematica finanziaria che non quadra, come evidenziato da numerosi analisti ed economisti.

Primo, la proposta è estremamente vaga. Come sottolineato da più analisti, “non ha una tempistica, nessun criterio di idoneità e sicuramente nessuna approvazione dal Congresso”. Il Segretario al Tesoro Scott Bessent ha persino suggerito che il “dividendo” potrebbe manifestarsi come tagli fiscali (es. su mance e straordinari) anziché come assegni diretti, indebolendo la promessa di un pagamento in contanti.

Secondo, Le cifre non tornano. Il costo stimato del dividendo supera di gran lunga le entrate generate dai dazi. Un pagamento di 2.000 dollari a circa 150 milioni di adulti a basso e medio reddito costerebbe circa 300 miliardi di dollari, mentre il Committee for a Responsible Federal Budget stima un costo fino a 600 miliardi. Queste cifre sono insostenibili se confrontate con le entrate daziarie.

C’è poi il Paradosso Economico: Chi Paga Realmente i Dazi? Contrariamente alla narrativa di Trump, gli economisti concordano sul fatto che i dazi non sono pagati dai governi stranieri, ma dagli importatori statunitensi, che trasferiscono quasi sempre questi costi sui consumatori finali sotto forma di prezzi più alti. Pertanto, il dividendo sarebbe una semplice redistribuzione di denaro che gli stessi americani hanno già pagato. Si tratta di “tassare eccessivamente i cittadini per poi cercare di placarli con… “pagamenti in contanti”.

L’erogazione su larga scala di contanti aumenterebbe la pressione inflazionistica stimolando la domanda, in un contesto in cui i dazi stessi hanno già aumentato i costi dei beni. Gli economisti avvertono che sarebbe come “premere contemporaneamente acceleratore e freno su un’auto già lanciata”, rischiando di surriscaldare l’economia e costringere la Federal Reserve a una politica monetaria più restrittiva, danneggiando gli asset a rischio.

La Corte Suprema degli Stati Uniti sta attualmente esaminando la legalità dei dazi imposti da Trump. I mercati di previsione come Polymarket e Kalshi danno una probabilità molto bassa (22-23%) che la Corte si pronunci a favore. Se i dazi fossero dichiarati illegali, il governo potrebbe dover rimborsare miliardi agli importatori, cancellando la fonte di finanziamento del dividendo.
Una politica tariffaria aggressiva rischia di riaccendere guerre commerciali, provocando ritorsioni da parte di altri paesi e destabilizzando le catene di approvvigionamento globali, con conseguenze negative per settori come quello del mining di criptovalute, che dipende da chip globali.

In sintesi amici, il “dividendo daziario” si configura più come una mossa di propaganda politica che come un piano economico sostenibile. Sebbene la promessa di denaro diretto abbia un forte appeal elettorale e possa generare euforia speculativa a breve termine, è costruita secondo noi su fondamenta economiche fragili e contraddittorie. I costi superano di gran lunga le entrate, il finanziamento ricade sui consumatori americani attraverso l’inflazione e il piano deve affrontare ostacoli legali e congressuali quasi insormontabili. In definitiva, come recita un’analisi, “Babbo Natale ha semplicemente infilato un conto etichettato ‘inflazione’, ‘deficit’ e ‘guerra commerciale’ nella calza di Natale del prossimo anno.”à o Illusione?

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Autore e analista che si dedica alla divulgazione delle principali notizie finanziarie attraverso piattaforme digitali.

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