Wall Street dimentica la guerra, il Brent no

Il sentiment dei mercati globali sembra dire una cosa molto chiara: la guerra in Iran è “praticamente finita”, almeno per gli investitori internazionali e per il Fondo Monetario Internazionale. L’energia, però, racconta un’altra storia. Il mercato petrolifero resta nervoso, e il rischio di nuove fiammate non è affatto scomparso. Eppure, molti asset sono tornati ai livelli pre‑conflitto, come se l’impatto della guerra fosse ormai relegato ai margini.

Il FMI, costretto a fare previsioni economiche globali in piena crisi mediorientale, ha prodotto scenari multipli, quasi a dire: scegliete quello che preferite. Ma il punto più forte è ciò che non ha fatto. Il Fondo non ha modificato la previsione di crescita globale del PIL per il 2027, identica a quella di gennaio, cioè prima della guerra. Certo, la crescita di quest’anno è stata ritoccata al ribasso, ma il 2027 resta ancorato al 3,2%, come se il conflitto non avesse cambiato la traiettoria di fondo.

E i mercati, in realtà, ci erano già arrivati da soli. Wall Street è tornata ai livelli del 27 febbraio, completando un rimbalzo di quasi il 10%. Il VIX, l’indice della paura, è sceso ai minimi da febbraio. L’MSCI All Country World Index è a un soffio dai massimi storici, e anche il cambio euro/dollaro è tornato sui livelli pre‑guerra.

Ma è davvero tutto così semplice? Negli ultimi giorni si è discusso molto del fatto che le stime sugli utili aziendali non hanno subito quasi alcun impatto dallo shock petrolifero. Anzi: grazie ai rialzi di tech ed energia, le previsioni sugli utili 2026 sono addirittura salite di 2‑3 punti percentuali. E quelle per il 2027 restano altissime: +18% per le aziende USA, +11% per quelle europee.

Questa narrativa ha spinto molti investitori a ignorare il rumore della guerra e a puntare sul futuro. BlackRock, il più grande asset manager del mondo, è tornato overweight su azioni USA ed emergenti. Un segnale potente.

Ma non è che non sia cambiato nulla. Il petrolio resta un terzo sopra i livelli pre‑guerra, il gas naturale e i fertilizzanti sono ancora elevati, e le compagnie aeree temono carenze di carburante. Lo stesso FMI avverte che, più a lungo durerà la crisi energetica, più gli scenari negativi diventeranno probabili.

L’investitore Ken Griffin ha parlato di un “momento insidioso”, avvertendo che una chiusura dello Stretto di Hormuz per 6‑12 mesi porterebbe a una recessione globale. Ma i mercati dell’energia non sembrano crederci fino in fondo: i futures sul Brent mostrano una normalizzazione graduale, e anche se restano 10‑15% sopra febbraio, i modelli indicano che questo impatto taglierebbe solo 0,2‑0,3 punti di PIL globale. Troppo poco per far scappare i portafogli.

I tassi d’interesse, però, raccontano un’altra storia. I rendimenti dei Treasury a 10 anni restano 30 punti base sopra i livelli pre‑guerra, e i mercati vedono solo un 30% di probabilità di tagli dei tassi entro fine anno. I mutui sono saliti, e il credito corporate è agitato dalle tensioni nel mondo del private credit.

Gli asset manager globali, secondo il sondaggio di Bank of America, hanno ridimensionato l’ottimismo di inizio anno. Le aspettative d’inflazione sono risalite, e i fondi vedono come trade più affollati del pianeta “long oil” e long sui titoli dei chip. Meno del 10% si aspetta una recessione, e i livelli di liquidità, pur alti, restano lontani dai picchi delle crisi recenti.

Non è euforia, ma non è nemmeno panico. È una sorta di calma vigile. Il mercato sta già de‑escalando, anche se ogni giorno si continua a interpretare il conflitto come un oracolo. Solo il tempo dirà se questa tranquillità è fondata o prematura.

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Autore e analista che si dedica alla divulgazione delle principali notizie finanziarie attraverso piattaforme digitali.

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