AI Mania: Perché i veri perdenti non sono quelli che pensi.

Quando arriva una nuova tecnologia rivoluzionaria, c’è una regola non scritta che si ripete da secoli: è sempre più facile individuare i presunti perdenti che i veri vincitori. Lo ricorda lo scrittore e investitore Alisdair Nairn, e la storia gli dà ragione.

Negli ultimi mesi, molti titoli — dal software ai servizi informativi — sono stati colpiti perché considerati vulnerabili all’intelligenza artificiale. Ma se guardiamo al passato, scopriamo che il mercato ha un pessimo track record nel riconoscere i veri sconfitti delle rivoluzioni tecnologiche.

La regola migliore, dice Nairn, è addirittura biblica: “Gli ultimi saranno i primi, e i primi saranno gli ultimi.” E la storia lo conferma.

Quando nel 1825 aprì la prima ferrovia a vapore britannica, più veloce ed economica dei canali, gli investitori nei canali… non si mossero. Rimasero tranquilli per quasi dieci anni, ignorando la minaccia. Cinquant’anni dopo, Western Union fece lo stesso errore: rifiutò i brevetti del telefono di Alexander Bell, convinta che il telegrafo fosse intoccabile. Eppure continuò a sovraperformare il mercato per un decennio, mentre il telefono avanzava.

Il copione si ripete negli anni ’90, durante la bolla TMT. Il mercato etichettò tutto ciò che non era internet come “old economy”, svalutandolo. Allo stesso tempo, le valutazioni della “new economy” salirono fino alla luna. Il 29 febbraio 2000, Jim Cramer dichiarò che Internet avrebbe distrutto ogni azienda fisica: “Elimina qualsiasi società bricks-and-mortar… distrugge il retail come lo conosciamo.” Pochi giorni dopo, il Nasdaq toccò il picco e crollò dell’80%.

E indovina chi vinse? Miniere, banche, industria pesante: proprio quei settori che erano stati dati per morti. Dal 2000 al 2003, il Dow Jones — pieno di “old economy” — batté l’S&P 500 tech-heavy.

Quando la polvere si posò, i veri perdenti erano altri:

  • le telecom, che avevano investito miliardi per costruire l’infosuperstrada e furono ridotte a “dumb pipes”;
  • gli operatori mobili europei, incapaci di recuperare i costi del 3G;
  • i giornali, che pure durante la bolla erano considerati “contenuto sovrano”, ma furono poi travolti da Google e Facebook. Il New York Times toccò il massimo storico nel 2002… poi perse l’85%.

Saltiamo al 2020–2021, l’Everything Bubble. Tutto ciò che era green, EV, clean tech volava. Tutto ciò che era fossile veniva trattato come spazzatura. Tesla valeva più dell’intero settore energetico USA. Poi il ciclo si invertì: il green crollò, l’energia rimbalzò, e Valterra Platinum fece +130% in un anno.

E oggi? Il mercato sembra ripetere lo stesso errore con l’AI. Uno studio virale di Citrini Research ha indicato come futuri “perdenti” aziende come DoorDash, Mastercard, piattaforme online, software house. Risultato: vendite diffuse su software, dati, analytics, piattaforme digitali.

Ma non tutti sono convinti. Jonathan Tepper, CIO di Prevatt Capital, sostiene che molte di queste aziende hanno dati proprietari, regolamentazioni forti e network effects difficili da replicare. Google prova da anni a sostituire le piattaforme di viaggi, auto e real estate… senza riuscirci. Prevatt sta infatti comprando alcuni dei presunti “perdenti”: London Stock Exchange Group, Veeva Systems, Booking Holdings.

Il punto cieco del mercato? L’affidabilità dell’AI. I modelli linguistici non ragionano: calcolano probabilità. E questo li rende inclini alle allucinazioni. Uno studio su 166 LLM mostra che il migliore ha un tasso di errore dello 0,6%, il ventesimo dell’1,9%. Numeri enormi se confrontati con il Six Sigma, che punta a meno di 4 difetti per milione.

Oggi l’AI non può gestire attività mission-critical. Amazon Web Services ha avuto blackout perché alcuni dipendenti hanno usato un tool AI per il coding. Un campanello d’allarme gigantesco.

E allora qual è la lezione? Cercare i vincitori dell’AI è un gioco da illusi. Cercare valore tra i presunti perdenti è molto più intelligente. Lo diceva già Marc Faber ai tempi della bolla TMT: “Più grande è la mania in un settore, più probabile è che altrove ci siano asset sottovalutati pronti a esplodere.”

E questa, nella storia dei mercati, è una regola che non ha mai smesso di funzionare.

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Autore e analista che si dedica alla divulgazione delle principali notizie finanziarie attraverso piattaforme digitali.

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