Value vs Growth

Nel 2026 i titoli value (indice Russell 1000 Value) stanno sovraperformando in modo netto quelli growth (Russell 1000 Growth), ma i driver non sono i classici titoli “a buon mercato” di settori maturi: una fetta rilevante della performance arriva da titoli legati all’intelligenza artificiale e da mega-cap tech che, per le regole di classificazione di FTSE Russell, sono finiti (parzialmente o interamente) nell’indice Value.

Secondo dati di mercato (FactSet e altre fonti), a metà luglio 2026 il Russell 1000 Value aveva guadagnato circa il 15-18% da inizio anno, contro un rialzo molto più contenuto (intorno all’1% o poco più) del Russell 1000 Growth. Nel primo semestre circa il 75% del rendimento del Value è stato trainato da nomi AI-related che rappresentavano circa il 20% del peso dell’indice. La tecnologia è diventata il principale contributore al rendimento del Value, con i titoli tech “value” in rialzo di oltre il 70% YTD in alcune analisi, mentre il peso del settore tech nell’indice Value è salito nel tempo fino a circa il 18-19%.

FTSE Russell assegna i titoli a Growth o Value (o a una combinazione) sulla base di metriche come il rapporto book-to-price, le stime di crescita degli utili a 2 anni e la crescita storica delle vendite a 5 anni. Con il rallentamento della crescita relativa di alcune mega-cap e con l’aumento del book value (o altri fattori), società come Amazon, e in passato porzioni di Meta e Alphabet, sono state incluse (anche solo in parte) nel Russell 1000 Value. Amazon, in particolare, è citata come esempio di gigante tech presente nell’indice Value. Altre società legate ai chip e all’infrastruttura AI (Micron, Intel, AMD, Applied Materials e simili in determinati periodi) hanno contribuito in modo significativo prima o dopo i ribilanciamenti annuali di giugno.

Dopo la reconstitution di giugno 2026 alcuni nomi AI (come Alphabet, AMD, Micron e SanDisk in certi casi) sono migrati interamente verso Growth, mentre altri (Intel) sono rimasti e nuovi entranti come Apple e Microsoft hanno iniziato a entrare nel Value. Il risultato è un indice Value che non assomiglia più solo a banche, energy, utility o consumer staples “tradizionali”: contiene un’esposizione significativa al tema AI.

Altri fattori di supporto

  • Settori value classici in ripresa: financials (banche con utili solidi e margini di interesse supportati dalla curva dei tassi), health care (che combina caratteristiche difensive con innovazione e usi di AI in ricerca e sviluppo) e altri ciclici/difensivi hanno dato un contributo positivo, anche se secondario rispetto alla tech.
  • Valutazioni relative: il Russell 1000 Value scambia a multipli più bassi (es. circa 17,5x forward earnings) rispetto al Growth (oltre 24x) e al mercato più ampio, mantenendo uno sconto storico che attrae capitali in un contesto di “broadening out” (allargamento dei rialzi oltre le pure mega-cap growth).
  • Contesto macro: maggiore fiducia sulla solidità dell’economia USA, dati sul lavoro, e rotazione degli investitori verso titoli più sensibili alla crescita economica e meno concentrati sulle valutazioni estreme di alcuni pure-growth AI leaders.

Questa sovraperformance non è un semplice “ritorno del value tradizionale”. Chi investe in ETF o fondi passivi sul Russell 1000 Value sta di fatto ottenendo un’esposizione ibrida: value classico + una fetta di AI/chip/tech a multipli elevati (in alcuni casi free-cash-flow multiples molto alti per i nomi AI all’interno dell’indice). Dopo i ribilanciamenti le valutazioni complessive dell’indice Value risultano meno “a buon mercato” di quanto suggerisca l’etichetta, e in alcuni confronti si avvicinano a quelle del mercato più ampio.

I rischi principali includono: un eventuale raffreddamento della spesa in capex AI o del sentiment sul tema; un appiattimento della curva dei tassi che penalizzi i financials; o un’ulteriore espansione dei multipli growth che riduca lo sconto relativo. Inoltre, la crescita degli utili del Value rimane inferiore a quella del Growth (es. dati Q1 e stime Q2 mostrano gap significativi), quindi la sovraperformance è più legata a dinamica settoriale, posizionamento e relative valuation che a fondamentali superiori.

In sintesi, il 2026 mostra un value “infiltrato” dall’AI e dalle mega-cap tech riqualificate: la sovraperformance è reale e sostenuta da più fattori, ma va interpretata con attenzione perché i titoli che la guidano non sono i classici “value stocks” da libro di testo. Per un investitore italiano o europeo che segue i mercati USA, questo implica riconsiderare cosa si ottiene davvero acquistando esposizione “value” passiva e, eventualmente, privilegiare strategie attive più selettive o indici value costruiti con metriche alternative (cash flow, earnings yield, ecc.).

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Autore e analista che si dedica alla divulgazione delle principali notizie finanziarie attraverso piattaforme digitali.

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