La FED taglia i tassi per la prima volta nel 2025
Come da attese la Fed ha deciso di abbassare il suo tasso di riferimento di 0,25 punti percentuali. Il nuovo “costo del denaro” si attesta ora in un intervallo tra il 4% e il 4,25%.
Il motivo del taglio è che la Fed è diventata più preoccupata per la salute del mercato del lavoro. Il comunicato dice chiaramente che la crescita economica ha rallentato nella prima metà dell’anno. Le nuove assunzioni sono diminuite e la disoccupazione, seppur bassa, è leggermente aumentata.
Il comunicato comunque ammette che l’inflazione “rimane alquanto elevata”. Tagliare i tassi ora è un rischio calcolato: se sbagliano i tempi, l’inflazione potrebbe rialzare la testa, costringendoli a fare marcia indietro.
La decisione non è stata unanime. Un membro, Stephen I. Miran, voleva un taglio più aggressivo dello 0,50%. Questo dissenso interno indica che c’è un forte dibattito su quanto sia grave il rallentamento e su quale sia la medicina giusta.
Ma ora veniamo a quello che a noi bravi analisti ci interessa maggiormente, ovvero le previsioni.
La Fed prevede un percorso di soft landing per l’economia. L’obiettivo è sconfiggere l’inflazione senza causare una recessione pesante, di conseguenza, si aspettano di poter iniziare a tagliare i tassi d’interesse, ma con molta calma. La previsione mediana vede i tassi scendere dal 3,6% a fine 2025 al 3,0% a fine 2028. È interessante notare che queste stime sono più basse di quelle fatte a giugno, indicando una visione leggermente più ottimistica (o “dovish”).
La notizia migliore è che la Fed prevede un calo costante dell’inflazione. L’indicatore da loro preferito (PCE inflation) è visto scendere dal 3,0% del 2025 al 2,6% nel 2026, fino a raggiungere il target del 2,0% nel 2028.
La crescita del PIL è stimata all’1,6% nel 2025 e poi stabile all’1,8% fino al 2028. Non è una crescita spettacolare, ma è positiva e stabile, il che è fondamentale per evitare una crisi economica.
Le sfide comunque ci sono e la strada per battere l’inflazione è ancora lunga. L’obiettivo del 2% viene raggiunto solo nel 2028. Questo significa che per altri due anni abbondanti dovremo convivere con un’inflazione superiore al target. La Fed sarà quindi costretta a mantenere una politica “prudente”, senza tagliare i tassi in modo aggressivo.
Il mercato del lavoro si raffredderà. Per far scendere l’inflazione, l’economia deve rallentare, e questo ha un costo. La disoccupazione è prevista salire al 4,5% nel 2025 e stabilizzarsi al 4,2% nel lungo periodo. Anche se non sono livelli drammatici, significa che trovare lavoro diventerà un po’ più difficile.
Da bravi analisti non possiamo non notare che c’è una forte incertezza e divisione interna. Se guardiamo il “range” delle previsioni infatti, le opinioni dei vari membri sono molto diverse. Ad esempio, per la fine del 2025, le stime sui tassi vanno da un minimo del 2,9% a un massimo del 4,4%. Questa grande dispersione di vedute, secondo noi, segnala che c’è molta incertezza sul futuro e potrebbe portare a maggiore volatilità sui mercati.



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