Mercati in caduta, petrolio alle stelle: la crisi del Golfo scuote il mondo

I mercati finanziari globali hanno vissuto una settimana di forte tensione. Le borse mondiali sono scese mentre i prezzi del petrolio continuano a salire, spinti dall’assenza di progressi nel tentativo di porre fine al conflitto mediorientale ormai in corso da quattro settimane. Una situazione che, oltre a destabilizzare gli investitori, inizia a erodere la fiducia di consumatori e imprese.

Negli ultimi giorni il crollo dei mercati si è intensificato. Le dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti Donald Trump sui negoziati vengono considerate sempre meno rilevanti rispetto a ciò che accade nel Golfo, dove gli attacchi continuano e lo Stretto di Hormuz rimane di fatto bloccato dall’Iran. A Wall Street, tutti e tre gli indici principali sono in rosso, con i settori consumer discretionary, finanziario e tecnologico a guidare le perdite. Gli economisti temono che l’interruzione dell’approvvigionamento globale di petrolio possa alimentare l’inflazione mondiale e frenare la crescita economica.

Il Dow Jones scende dell’1,6%, lo S&P 500 perde l’1,6% e il Nasdaq cede il 2,1%, con l’S&P in calo del 9% rispetto al record di gennaio.

Secondo Matt Britzman, analista senior di Hargreaves Lansdown, “le parole non bastano più”. Trump ha prorogato la scadenza per la riapertura dello Stretto di Hormuz, ma l’Iran non mostra alcuna disponibilità a negoziare. Il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie ha ribadito che continuerà a ostacolare la navigazione in un passaggio da cui transita un quinto delle forniture mondiali di petrolio e gas.

Intanto i prezzi del greggio continuano a correre: il Brent sale del 4,2% a 112,57 dollari al barile, mentre il WTI avanza del 5,4% a 99,64 dollari.

Dan Boston, di Polar Capital, avverte che più a lungo durerà la chiusura dello stretto, maggiori saranno le perturbazioni sui prezzi dell’energia. E quando i costi aumentano, tutto si riflette sulle aspettative di inflazione, con un impatto diretto sul morale dei consumatori. Non a caso, l’indice dell’Università del Michigan è sceso ai minimi degli ultimi tre mesi.

In Europa, la situazione non è diversa: lo Stoxx 600 perde lo 0,95%, il DAX tedesco scende dell’1,4% e il FTSE 100 arretra dello 0,05%. In Asia, l’indice MSCI escluso il Giappone cala dello 0,9%, mentre l’MSCI globale perde l’1,34%.

Sul fronte tecnologico, il Nasdaq entra ufficialmente in territorio di correzione, dopo il calo del 2,4% registrato giovedì. L’indice è ora in ribasso di quasi l’11% rispetto al record di fine ottobre. Secondo James St. Aubin di Ocean Park Asset Management, l’ottimismo che aveva spinto il settore ai massimi si sta dissolvendo, complice un quadro macroeconomico più rigido e l’incertezza sull’impatto dell’intelligenza artificiale.

Passando ai mercati obbligazionari, i rendimenti dei titoli di Stato salgono, perché le banche centrali vengono considerate più propense ad aumentare i tassi per contrastare un possibile shock inflazionistico. Il rendimento del Treasury decennale statunitense sale a 4,432%, mentre quello del Bund tedesco raggiunge 3,105%.

Sul mercato valutario, il dollaro si rafforza contro euro, yen e franco svizzero. Tocca il livello più alto contro lo yen dal luglio 2024, salendo a 160,365 yen, mentre avanza dello 0,50% contro il franco svizzero. L’euro scende a 1,151250 dollari. L’indice del dollaro, che misura la valuta contro un paniere di sei controparti, sale dello 0,27%, segnando la quarta seduta consecutiva di rialzi.

Chiudiamo con i metalli preziosi: l’oro a pronti balza del 3% a 4.513,73 dollari l’oncia, segno evidente della crescente ricerca di beni rifugio in un contesto di forte incertezza globale.

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Autore e analista che si dedica alla divulgazione delle principali notizie finanziarie attraverso piattaforme digitali.

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