la vittoria dell’AfD e l’impatto sui mercati

domenica in Germania si è votato per il parlamento regionale della Sassonia-Anhalt, e il risultato è di quelli che restano nei libri di storia politica tedesca. Alternative für Deutschland, l’AfD, ha vinto con un margine enorme, per la prima volta dal secondo dopoguerra un partito di estrema destra si trova a un passo dal governare a livello regionale in Germania. Oggi non voglio soffermarmi troppo sulla politica in sé, quanto piuttosto capire insieme a voi cosa sta succedendo — o cosa non sta succedendo — sui mercati, e perché la reazione, almeno per ora, è più fredda di quanto ci si potesse aspettare.

Partiamo dai numeri. L’AfD si è attestata intorno al 44-45% dei consensi, più che raddoppiando il proprio risultato rispetto alla tornata precedente. La CDU di Merz è crollata a circa il 17-18%, un dimezzamento netto che lo stesso cancelliere ha definito una scossa alle fondamenta del partito. L’AfD non ha comunque la maggioranza assoluta dei seggi, e tutti gli altri partiti mantengono per ora il cosiddetto cordone sanitario, cioè il rifiuto di allearsi con loro. Quindi dal punto di vista del governo regionale, nell’immediato cambia meno di quanto i titoli dei giornali lascino intendere. Ma il segnale politico, quello sì, è pesantissimo, ed è per questo che i mercati hanno comunque acceso i radar.

E qui viene la parte interessante, perché la reazione dei mercati è stata, sorprendentemente, molto contenuta.

Il Dax di Francoforte ha aperto la settimana praticamente piatto, con un calo che si aggira intorno allo 0,3%: nulla di paragonabile a uno shock. Anche Milano ha retto bene, anzi ha chiuso in leggero rialzo, circa lo 0,14%. Le borse europee, insomma, hanno assorbito la notizia senza scomporsi più di tanto.

Sul fronte obbligazionario il discorso è simile ma merita due parole in più. Lo spread tra BTp e Bund decennali è rimasto sostanzialmente stabile, intorno agli 81 punti base. I rendimenti però sono saliti su tutta la curva europea: il Bund tedesco a dieci anni ha superato il 3,35%, ai massimi da diversi anni, mentre il BTp italiano tratta oggi intorno al 4,16%. Attenzione però alla causa: gran parte di questo movimento non è legato all’AfD in sé, ma alle tensioni in Iran e al conseguente rialzo del petrolio, che alimenta i timori di inflazione e quindi di banche centrali più restrittive. Nell’ultimo mese, comunque, sia il Bund che il BTp hanno preso oltre venti punti base al rialzo, quindi il contesto generale sui tassi resta comunque teso.

La chiave di lettura che circola tra gli analisti è questa: il rischio non è tanto la Sassonia-Anhalt in sé, che pesa meno del 2% del Pil tedesco, quanto l’effetto che questo risultato può avere sulla politica nazionale a Berlino. Un economista di Oxford Economics lo ha messo in questi termini: cresce il rischio di stallo politico a livello federale, che potrebbe bloccare proprio le riforme di cui l’industria tedesca avrebbe più bisogno, su pensioni, mercato del lavoro ed energia.

E i problemi strutturali della Germania restano lì, indipendentemente dal voto: permessi lentissimi, costi energetici alti, carenza di manodopera, infrastrutture da rinnovare. Non a caso, tra gli esempi più citati in queste ore ci sono la cancellazione, lo scorso anno, del maxi-investimento Intel da 30 miliardi di euro, e il taglio di quasi 100mila posti di lavoro previsto da Volkswagen entro il 2030. Un controcanto positivo però c’è: l’indice Pmi manifatturiero tedesco è risalito ad agosto a 54,3, il livello più alto in 51 mesi, segno che un pezzo di economia reale sta comunque tenendo.

Veniamo al punto che aveva colpito di più nella notizia originale: l’AfD ha ribadito, tra le sue proposte, l’uscita della Germania dall’euro. Va detto con chiarezza: si tratta di una proposta di partito, non di una politica attuabile a livello regionale, dato che la moneta è materia europea e federale, non certo di un singolo Land. Per ora i mercati la trattano più come segnale politico di lungo periodo che come rischio concreto e immediato.

Quello che invece gli analisti stanno guardando con più attenzione è l’effetto contagio a livello europeo. In Francia, il rialzo dei tassi nell’ultimo mese è stato il più marcato dell’Eurozona, oltre trenta punti base, complice anche la crescita nei sondaggi del Rassemblement National di Marine Le Pen e di politiche fiscali giudicate poco sostenibili. E in Italia si parla ormai apertamente, tra gli operatori, di un “rischio Vannacci”: il timore che una componente più euroscettica possa diventare determinante nella coalizione di centrodestra. Il punto chiave, dicono gli analisti, è che questo rischio specifico non è ancora prezzato dai mercati italiani. Vale a dire: se dovesse materializzarsi, la reazione potrebbe essere più brusca di quella vista finora sul caso tedesco.

Guardando avanti, da monitorare gli sviluppi politici a Berlino nei prossimi giorni: se e come l’AfD tenterà di aprire un dialogo con i partiti conservatori, come lasciato intendere dallo stesso leader Siegmund, e come reagirà la CDU di Merz dopo questo scossone interno. Infine, tenete d’occhio lo spread e i rendimenti francesi e italiani nelle prossime sedute: è lì che si capirà se il “rischio populista europeo” resterà un tema di fondo o inizierà a tradursi in movimenti di mercato più concreti.

Per riassumere in una frase: la vittoria dell’AfD in Sassonia-Anhalt è un terremoto politico, ma per ora non lo è ancora sui mercati, che restano più concentrati su petrolio, Iran e mossa della Bce di giovedì. Il vero banco di prova sarà capire se questo risultato regionale si trasformerà in un problema di stabilità a livello nazionale tedesco, e se il “rischio populista” inizierà a essere prezzato anche altrove in Europa, Italia compresa.

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Autore e analista che si dedica alla divulgazione delle principali notizie finanziarie attraverso piattaforme digitali.

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