AI o Morte
“AI o morte”. Con queste parole, la direttrice generale del Fondo Monetario Internazionale Kristalina Georgieva ha sintetizzato la scorsa settimana, durante gli incontri di primavera del FMI e della Banca Mondiale a Washington, la sfida epocale che imprese, industrie ed economie stanno affrontando davanti alla trasformazione portata dall’intelligenza artificiale. Una frase forte, che però descrive perfettamente anche ciò che sta accadendo sui mercati.
Dopo un primo trimestre di oscillazioni e riprezzamenti, le Big Tech statunitensi sono tornate a correre, spinte da una convinzione che sembra incrollabile: il boom di produttività dell’AI è reale e sta accelerando. Questa settimana sarà un test decisivo: Tesla sarà la prima delle “Magnificent Seven” a pubblicare i risultati del primo trimestre, seguita da IBM e Intel. Il mercato si aspetta buone notizie, e lo si vede chiaramente: Wall Street ha ignorato la guerra in Iran e lo shock energetico, toccando nuovi massimi storici.
Il Nasdaq ha messo a segno 13 sedute consecutive di rialzo, la serie più lunga dal 1992, con un balzo vicino al 20%. Se il rally continuerà, sarà la miglior corsa dal 1987. Anche l’S&P 500 è salito del 13% in tre settimane. Ma c’è un dettaglio che non va ignorato: il rimbalzo è estremamente concentrato, guidato da pochissime aziende. Come ricorda Liz Ann Sonders di Charles Schwab, meno del 10% dei titoli dell’S&P 500 è ai massimi a 52 settimane.
Oggi il settore tecnologico rappresenta quasi il 35% dell’intera capitalizzazione dell’S&P 500, vicino al record storico. Se si aggiungono anche i servizi di comunicazione, si arriva a un valore combinato a meno di un punto dal massimo assoluto del 46%. In altre parole: il rischio di concentrazione è tornato al centro della scena. E qualsiasi cambiamento nel sentiment sull’AI potrebbe avere un impatto sproporzionato sull’intero mercato.
C’è poi un altro fattore che sta emergendo con forza: l’energia. I prezzi globali sono ai massimi da cinque anni, e questo apre un interrogativo serio: le previsioni sugli utili delle Big Tech — oggi aziende ad altissima intensità energetica — sono davvero sostenibili?
Gli economisti di BNP Paribas avvertono che, nel breve termine, gli shock negativi potrebbero pesare più dei benefici dell’AI. E i numeri sono impressionanti: 635 miliardi di dollari di investimenti in AI quest’anno solo da Microsoft, Amazon, Alphabet e Meta, oltre 800 miliardi in totale secondo Morgan Stanley. La domanda energetica dei data center USA è stimata a 80 gigawatt entro il 2028, con una potenziale carenza di 55 GW. Per capirci: 10 gigawatt equivalgono all’energia prodotta da 10 centrali nucleari di medie dimensioni.
Con una domanda così esplosiva e un’offerta limitata, i costi energetici per Big Tech saranno inevitabilmente più alti del previsto, e questo potrebbe erodere gli utili che oggi il mercato dà quasi per garantiti. Melissa Otto di S&P Global Visible Alpha lo dice chiaramente: se i prezzi dell’energia non verranno assorbiti dagli utili, potrebbe essere il catalizzatore di una correzione del mercato.
Eppure, paradossalmente, l’aumento delle tensioni geopolitiche potrebbe persino favorire Big Tech: la frattura dell’ordine mondiale alimenta la corsa globale all’AI, e questo potrebbe sostenere ulteriormente il settore. In più, secondo Nikolaos Panigirtzoglou di JPMorgan, gli investitori mantengono ancora ampie posizioni corte sull’ETF tecnologico QQQ, lasciando spazio a un’ulteriore accelerazione del trade sull’intelligenza artificiale.
Alla fine, lo slogan di Georgieva potrebbe diventare davvero il motto dei mercati: “AI o morte”. Ma c’è un punto che non possiamo ignorare: se i prezzi dell’energia resteranno elevati a lungo, la rivoluzione dell’AI — e il rally azionario che la accompagna — potrebbe avanzare molto più lentamente del previsto.



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