L’illusione dell’export: cosa nascondono davvero i numeri USA

Quando si parla di export italiano verso gli Stati Uniti, i numeri dell’ultimo anno sembrano, a prima vista, una buona notizia: l’Italia è stato l’unico grande Paese dell’UE a vedere crescere le proprie esportazioni verso gli USA, nonostante le tariffe imposte dall’amministrazione Trump. Un risultato accolto con entusiasmo dal governo, ma che – guardando sotto la superficie – racconta una storia molto meno rassicurante.

Secondo i dati ISTAT, le vendite italiane negli Stati Uniti sono aumentate del 7,2% su base annua. Un dato che ha portato il ministro degli Esteri Antonio Tajani a dichiarare che “l’expertise italiana è più forte dei dazi”. Ma entrando nei dettagli, emerge un quadro diverso: quasi tutta la crescita è dovuta a spedizioni farmaceutiche anticipate, inviate prima che i nuovi dazi entrassero in vigore.

Senza il contributo del settore farmaceutico – cresciuto del 54% – le esportazioni italiane verso gli USA sarebbero in realtà diminuite dell’1,6%. E togliendo anche gli ordini eccezionali di navi e grandi mezzi di trasporto, il calo arriverebbe addirittura al 5,7%, segnalando che la presunta forza dell’export italiano potrebbe essere illusoria e vicina a un punto di svolta.

Come sottolinea l’economista Mauro Gallegati, “il quadro complessivo è tutt’altro che positivo”. E c’è un altro elemento da considerare: l’accordo tariffario “reciproco” del 15% tra USA e UE è entrato in vigore solo ad agosto, quindi il suo impatto pieno deve ancora manifestarsi.

Su 22 settori manifatturieri monitorati da ISTAT, ben 16 hanno registrato un calo delle vendite negli Stati Uniti, molti con flessioni a doppia cifra. E questo pesa particolarmente sull’Italia, che è più esposta ai mercati extra-UE rispetto ai suoi partner europei: quasi la metà dell’export italiano va fuori dall’Unione, e gli USA da soli assorbono oltre 70 miliardi di euro.

Secondo Confindustria, mantenendo l’attuale struttura dei dazi, le perdite per l’export italiano potrebbero superare i 16 miliardi di euro l’anno nel medio periodo. E mentre i negoziati erano ancora in corso, il presidente Emanuele Orsini aveva avvertito che anche un dazio più basso, al 10%, potrebbe costare all’Italia oltre 118.000 posti di lavoro.

A rendere il quadro ancora più fragile è il fatto che la produzione farmaceutica italiana – oggi il principale export verso gli USA – è in gran parte controllata da aziende americane o straniere, che hanno scelto l’Italia per i costi del lavoro più bassi e l’elevata specializzazione. Questo significa che il settore è altamente vulnerabile a futuri dazi mirati, che potrebbero spingere le aziende a riportare la produzione in patria.

Eppure, fuori dagli Stati Uniti, le esportazioni italiane tengono: nel 2025 sono cresciute del 3,3% in valore e dello 0,7% in volume. Per Barbara Cimmino di Confindustria, la risposta ai dazi è chiara: diversificare i mercati, puntando su Sud America, Messico, Indonesia e India.

Ma la diversificazione non è una protezione totale. Come racconta Massimo Podda, direttore vendite della Cantina Santadi in Sardegna, i dazi hanno spinto molte aziende molto esposte agli USA a invadere mercati dove prima erano meno presenti, aumentando la concorrenza per tutti.

Nonostante tutto, per molti imprenditori italiani gli Stati Uniti restano un mercato irrinunciabile. Riccardo Cavanna, che produce macchinari per il packaging in Piemonte, vede negli USA fino al 15% del suo export. E per difendere quella quota, ha deciso di aumentare i viaggi e la presenza diretta: “I dazi sono la nuova normalità. Non è il momento dello smart working: bisogna avere la valigia pronta e andare a cercare clienti e progetti.”

Condividi l'articolo

Autore e analista che si dedica alla divulgazione delle principali notizie finanziarie attraverso piattaforme digitali.

Commento all'articolo