COP30, così la Conferenza sul Clima dell’ONU potrebbe segnare una svolta decisiva.
Buongiorno Amici e buona domenica,
Oggi i riflettori del mondo sono puntati su Belém, in Brasile. Non per il calcio o per l’economia emergente, ma per la COP30, la conferenza sul clima dell’ONU che inizia oggi.
Ogni anno sentiamo parlare di queste “COP”, ma questa trentesima edizione, ospitata non a caso nel cuore dell’Amazzonia, rischia di essere un vero punto di svolta, o, per essere più precisi, un punto di rottura con il passato.
Il Paese ospitante, che tenne a battesimo il primo trattato sul clima a Rio 33 anni fa, vuole un “ritorno alle origini“, che tradotto significa basta con nuovi annunci e belle promesse che poi nessuno mantiene. Il Brasile chiede ai Paesi di concentrarsi sull’attuazione degli impegni già presi (come la famosa eliminazione graduale dei combustibili fossili decisa alla COP28).
Ma la notizia più forte è un’altra. Questa sarà la prima COP a mettere nero su bianco il fallimento dell’obiettivo di contenere il riscaldamento globale entro 1,5 gradi Celsius. È un’ammissione che sposta l’intera discussione: non si parla più solo di prevenire, ma di gestire i danni. Una COP non è un vertice ambientalista, è un negoziato su chi paga il conto della transizione.
Gli Stati Uniti, dopo aver annunciato il ritiro dall’Accordo di Parigi, hanno “abbandonato il loro tradizionale ruolo di leadership“. Questo vuoto è stato riempito da Cina, Brasile e altri Paesi emergenti (il blocco G77 e il gruppo BASIC). Questo significa che l’asse della finanza verde e delle decisioni strategiche si sta spostando. Non è più Washington a dettare la linea, ma un blocco di Paesi che, pur essendo grandi inquinatori, si presentano come portavoce del “Sud del mondo“.
A nostro avviso amici, vediamo il solito teatrino. Due settimane che sembrano un villaggio globale, piene di attivisti, ma soprattutto di lobbisti e aziende che cercano di influenzare le decisioni e chiudere affari.
La realtà dei negoziati è una battaglia. I Paesi tracciano “linee rosse” per proteggere le proprie economie. Si andrà avanti per notti intere, ci saranno tensioni e alla fine si arriverà a un accordo “per consenso” (che non vuol dire unanimità, ma solo che nessuno si è opposto frontalmente).
Come sempre, la conferenza finirà in ritardo e il documento finale sarà probabilmente un compromesso al ribasso, pieno di linguaggio ambiguo.
Resta inteso che comunque stiamo entrando in una nuova era climatica e geopolitica.
L’ammissione del fallimento dell’obiettivo di 1,5°C Sposta il focus dalla “mitigazione” (ridurre le emissioni) all'”adattamento” (costruire difese) e al “Loss and Damage” (chi paga per i disastri già avvenuti). La vera battaglia a Belém non sarà sulle turbine eoliche, ma su chi firma gli assegni per i Paesi vulnerabili.
Il vuoto lasciato dagli USA è un’occasione d’oro per la Cina. Pechino può usare la finanza climatica come strumento di soft power, legando gli aiuti verdi ai suoi progetti infrastrutturali (la nuova Via della Seta). Per noi Gli USA hanno perso l’iniziativa strategica sul tema più importante del secolo.
La mossa del Brasile è astuta. Scegliendo l’Amazzonia e chiedendo di rispettare le vecchie promesse, il presidente Lula non fa solo l’ecologista: punta il dito contro i Paesi ricchi (USA ed Europa) che non hanno mai versato i miliardi promessi. È un modo elegante per dire: “Volete che salviamo l’Amazzonia? Allora pagate”.

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