Il mondo attende Islamabad
La crisi tra Stati Uniti e Iran entra in una fase decisiva. A Islamabad, in Pakistan, erano previsti negoziati cruciali per tentare di fermare una guerra che ormai dura da sei settimane. Ma già alla vigilia, Teheran ha messo in dubbio l’avvio dei colloqui, sostenendo che non ci sarà alcun tavolo negoziale senza impegni chiari su Libano e sanzioni.
La delegazione americana, guidata dal vicepresidente JD Vance, insieme all’inviato speciale del presidente Donald Trump, Steve Witkoff, e a Jared Kushner, era in viaggio verso Islamabad dopo una sosta tecnica a Parigi. Quella iraniana, guidata dal presidente del parlamento Mohammad Baqer Qalibaf e dal ministro degli Esteri Abbas Araqchi, era già arrivata il giorno precedente.
Secondo Qalibaf, Washington avrebbe accettato di sbloccare i beni iraniani e di raggiungere un cessate il fuoco in Libano, dove i raid israeliani contro Hezbollah hanno causato quasi 2.000 morti dall’inizio dei combattimenti. Ma ha aggiunto che i colloqui non inizieranno finché queste promesse non saranno rispettate.
Gli Stati Uniti e Israele negano che la campagna in Libano faccia parte dell’accordo di cessate il fuoco con Teheran. L’Iran, invece, sostiene il contrario.
Intanto, dai media iraniani arriva un messaggio chiaro: Teheran sarebbe pronta a un accordo, ma solo se Washington offrirà garanzie autentiche e riconoscerà i diritti dell’Iran. La Casa Bianca non ha commentato, ma Trump ha scritto sui social che “gli iraniani non hanno altre carte da giocare”, affermando che l’unica ragione per cui sarebbero ancora disposti a trattare è la possibilità di ottenere un accordo.
Dal canto suo, Vance si è detto ottimista, ma ha avvertito che la delegazione americana non sarà ricettiva a tentativi di pressione. A Islamabad, intanto, funzionari pakistani hanno già tenuto colloqui preliminari con entrambe le parti.
Le delegazioni sono imponenti: 70 membri per l’Iran, tra tecnici economici, esperti di sicurezza e personale media; circa 100 per la squadra avanzata statunitense. Il Pakistan ha blindato la capitale con un lockdown totale e migliaia di militari dispiegati per garantire la sicurezza.
Sul fronte militare, Trump ha annunciato un cessate il fuoco di due settimane, che ha fermato i raid statunitensi e israeliani contro l’Iran. Ma non ha fermato il blocco iraniano dello Stretto di Hormuz, che sta causando la più grande interruzione delle forniture energetiche globali degli ultimi decenni. Né ha fermato la guerra parallela tra Israele e Hezbollah in Libano.
In Libano, infatti, i combattimenti continuano. Martedì, a Washington, si incontreranno l’ambasciatore israeliano Yechiel Leiter e la sua omologa libanese Nada Hamadeh Moawad. Le versioni sull’incontro sono contrastanti: Beirut parla di discussioni sul cessate il fuoco, mentre Israele parla di negoziati di pace formali, escludendo qualsiasi dialogo diretto con Hezbollah.
Intanto, gli attacchi proseguono: un raid israeliano a Nabatieh ha ucciso 13 membri delle forze di sicurezza libanesi, mentre Hezbollah ha risposto con salve di razzi verso il nord di Israele. E poche ore dopo l’annuncio del cessate il fuoco, Israele ha lanciato il più grande attacco della guerra, con oltre 350 morti secondo le autorità libanesi.
Sul tavolo dei negoziati, Teheran porta richieste pesanti: fine delle sanzioni, riconoscimento dell’autorità iraniana sullo Stretto di Hormuz, e la possibilità di riscuotere pedaggi sulle rotte energetiche globali. Una mossa che cambierebbe radicalmente gli equilibri di potere nella regione.
Nel frattempo, le navi iraniane attraversano lo stretto senza ostacoli, mentre quelle di altri Paesi restano bloccate. L’interruzione delle forniture energetiche sta alimentando l’inflazione globale e rallentando l’economia, con effetti che dureranno mesi anche in caso di riapertura.
La linea dura dell’Iran è rafforzata dal messaggio della nuova Guida Suprema, Mojtaba Khamenei, che ha promesso di chiedere risarcimenti per tutti i danni subiti e ha dichiarato che gli aggressori non resteranno impuniti.
E mentre Trump rivendica una vittoria strategica, la realtà è più complessa: l’Iran conserva ancora missili, droni e oltre 400 kg di uranio arricchito, e il governo clericale, nonostante le proteste degli ultimi mesi, non mostra segni di cedimento interno.
La domanda ora è una sola: i negoziati di Islamabad riusciranno davvero a fermare l’escalation, o saranno solo un’altra tappa in una crisi destinata a durare?



Commento all'articolo