Guerra in Iran, crollo nei sondaggi. La Casa Bianca trema.
Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, sta valutando un ampio rimpasto di governo dopo la rimozione del procuratore generale Pam Bondi avvenuta questa settimana. Secondo diverse fonti interne alla Casa Bianca, il presidente sarebbe sempre più frustrato dalle ripercussioni politiche della guerra con l’Iran, un conflitto che dura ormai da cinque settimane.
La Casa Bianca sta attraversando un momento complesso: la guerra ha fatto impennare i prezzi della benzina, ha fatto scendere il gradimento del presidente e ha aumentato l’ansia tra i repubblicani in vista delle elezioni di midterm di novembre. Alcuni alleati hanno giudicato inefficace il discorso televisivo alla nazione di mercoledì, un intervento pensato per mostrare controllo e fiducia ma che, secondo molti, ha ottenuto l’effetto opposto. Da qui la sensazione che servano cambiamenti nella comunicazione o nel personale.
Fonti interne affermano che non c’è ancora un nome certo destinato a lasciare l’incarico, ma diversi funzionari sarebbero “a rischio”. Tra questi, secondo alcune testimonianze, ci sarebbero Tulsi Gabbard, direttrice dell’intelligence nazionale, e Howard Lutnick, segretario al Commercio, già al centro di critiche per i suoi rapporti passati con Jeffrey Epstein. Documenti resi pubblici quest’anno mostrano che Lutnick pranzò con Epstein sulla sua isola privata nel 2012, anche se lui sostiene che si sia trattato di un incontro casuale.
Nonostante ciò, il portavoce della Casa Bianca, Davis Ingle, ha dichiarato che Trump mantiene “piena fiducia” sia in Gabbard sia in Lutnick, sottolineando i loro contributi in politica estera e commerciale. Anche l’Ufficio del Direttore dell’Intelligence Nazionale ha ribadito la stessa posizione.
Resta però un dato politico: Bondi potrebbe non essere l’ultima. Trump, pur restio a rinnovare troppo spesso il suo gabinetto per evitare l’immagine di caos che aveva caratterizzato il suo primo mandato, potrebbe optare per un “rimpasto mirato”. Ma dopo il discorso poco convincente di mercoledì, anche non fare nulla potrebbe rivelarsi rischioso.
Il presidente ha lavorato personalmente al discorso in prima serata, spinto dai suoi consiglieri a rivolgersi direttamente alla nazione. Tuttavia, non ha delineato una via d’uscita dalla guerra, lasciando intendere che il conflitto potrebbe durare a lungo. E invece di affrontare le preoccupazioni economiche degli elettori, ha attribuito la responsabilità delle difficoltà a Teheran, sostenendo che la sofferenza sarebbe stata temporanea.
Secondo un funzionario, “il discorso non ha raggiunto lo scopo prefissato”. I sostenitori del presidente continuano a sostenerlo, ma molti stanno vivendo difficoltà economiche concrete. E i numeri lo confermano: solo il 36% degli americani approva l’operato complessivo di Trump, mentre il 60% disapprova la guerra con l’Iran.
In questo clima, Trump sarebbe irritato da quella che considera una copertura mediatica ingiusta del conflitto, chiedendo al suo staff notizie più positive, pur senza voler modificare la strategia comunicativa.
Nonostante le pressioni, alcuni membri del governo hanno resistito alle critiche. Lutnick, ad esempio, era già nel mirino da aprile scorso, quando introdusse dazi globali che avevano spiazzato alleati ed esperti. Gabbard, da parte sua, aveva irritato la Casa Bianca pubblicando un video contro i “guerrafondai dell’élite politica” alla vigilia della prima azione militare contro l’Iran.
Eppure, nelle ultime settimane, la possibilità di un rimpasto è diventata molto più concreta. Una fonte di alto livello afferma che Trump vuole prendere eventuali decisioni ben prima delle elezioni di midterm. E un altro funzionario lo dice chiaramente: “Bondi non sarà l’ultima.”



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