Mercati in caduta per la terza seduta: tensioni in Medio Oriente spingono rendimenti e petrolio
Le borse mondiali hanno chiuso in ribasso per la terza giornata consecutiva, avvicinandosi a un nuovo arretramento settimanale, mentre i rendimenti obbligazionari hanno continuato a salire. A pesare sui mercati sono soprattutto i timori che l’escalation del conflitto in Iran possa sostenere ulteriormente i prezzi del petrolio e riaccendere le pressioni inflazionistiche.
Nella giornata di venerdì, l’Iran ha colpito una raffineria in Kuwait e Israele ha eliminato un portavoce delle Guardie Rivoluzionarie. Nel frattempo, fonti statunitensi hanno anticipato l’arrivo di migliaia di soldati americani aggiuntivi nell’area mediorientale. Sempre venerdì, un’indiscrezione ha riferito che l’amministrazione Trump starebbe valutando l’ipotesi di bloccare l’isola iraniana di Kharg per spingere Teheran a riaprire lo Stretto di Hormuz.
A New York, l’avvio di seduta è stato debole: i principali indici statunitensi hanno aperto in calo, anche se il comparto energetico dell’S&P 500 è risultato il più solido tra i settori. Il Dow Jones ha perso 270,24 punti (-0,59%), mentre l’S&P 500 ha ceduto lo 0,91% e il Nasdaq l’1,24%. Parallelamente, i rendimenti dei titoli di Stato sono aumentati dopo che diverse banche centrali hanno lasciato intendere che i tassi potrebbero rimanere invariati o salire se la crisi mediorientale dovesse continuare a spingere i prezzi verso l’alto.
Il decennale USA è salito a un rendimento del 4,372%, segnando la terza settimana consecutiva di rialzi. Anche il biennale, più sensibile alle aspettative sui tassi della Fed, è avanzato fino al 3,928%, registrando il maggior incremento in tre giorni da maggio.
Secondo Scott Welch, chief investment officer di Certuity, l’aumento dei prezzi dell’energia sta iniziando a influenzare le aspettative di inflazione, anche se gli Stati Uniti sono meno vulnerabili rispetto ad Asia ed Europa. A suo avviso, il rendimento del decennale potrebbe stabilizzarsi tra il 4,25% e il 4,5%.
L’indice MSCI globale ha perso quasi l’1%, accumulando un calo di circa il 7% nelle ultime tre settimane, la flessione più marcata da quasi un anno. Anche lo Stoxx 600 europeo è arretrato, avviandosi verso la terza settimana consecutiva di ribassi. Molti analisti ritengono ora più probabile un rialzo dei tassi da parte della BCE e della Bank of England già ad aprile, alla luce dei nuovi rischi inflazionistici legati alla guerra.
I rendimenti dei titoli europei sono saliti per il terzo giorno di fila, mentre il gilt britannico a dieci anni ha toccato livelli che non si vedevano dal 2008. Anche il biennale tedesco ha continuato la sua corsa, con un aumento di oltre 65 punti base nel mese.
Sul fronte energetico, il petrolio statunitense è risalito dell’1,24% a 97,33 dollari al barile, mentre il Brent ha superato i 109 dollari. I prezzi erano inizialmente scesi dopo che Washington aveva illustrato nuove misure per affrontare la crisi delle forniture, con diversi Paesi — tra cui Giappone, Canada e principali nazioni europee — pronti a collaborare per garantire la sicurezza del traffico marittimo nello Stretto di Hormuz. Anche il gas naturale ha registrato un forte balzo, con i prezzi europei saliti fino al 35% dopo gli attacchi che hanno colpito infrastrutture chiave nel Medio Oriente.
Sul mercato valutario, il dollaro ha guadagnato terreno, con l’indice che misura la valuta americana in rialzo dello 0,42%, mentre l’euro è sceso a 1,1537. Nonostante ciò, il biglietto verde si avvia a chiudere la settimana in lieve calo. Alcuni funzionari della Fed hanno sottolineato che la guerra e le tensioni sui mercati energetici stanno rendendo più incerta la traiettoria dell’economia e della politica monetaria, con uno di loro che ha ipotizzato un numero di tagli dei tassi superiore alle attese.
Il dollaro si è rafforzato anche contro lo yen, avvicinandosi alla soglia dei 160, livello che in passato aveva spinto Tokyo a intervenire per sostenere la propria valuta.



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