Negoziati sospesi: il fragile equilibrio tra USA e Iran
I negoziati tra Stati Uniti e Iran sembrano essersi conclusi, almeno per ora. È quanto ha dichiarato il governo iraniano dopo una serie di colloqui in Pakistan, colloqui che avevano un obiettivo enorme: porre fine alla guerra di sei settimane tra Washington e Teheran.
Quello di Islamabad non era un incontro qualunque. Era il primo faccia a faccia diretto tra i due Paesi in oltre dieci anni, e il più importante dai tempi della Rivoluzione islamica del 1979. L’esito di queste discussioni potrebbe decidere il futuro del fragile cessate il fuoco di due settimane e, soprattutto, la possibile riapertura dello Stretto di Hormuz, un passaggio da cui transita circa il 20% delle forniture energetiche globali e che l’Iran ha bloccato dall’inizio del conflitto. Un blocco che ha fatto impennare i prezzi del petrolio e causato migliaia di vittime.
Secondo Teheran, dopo 14 ore di confronto, i colloqui si sono chiusi con un accordo minimo: gli esperti tecnici delle due delegazioni si scambieranno documenti, segno che il dialogo non è morto. “Nonostante alcune divergenze, i negoziati proseguiranno”, ha scritto il governo iraniano su X, senza però indicare una data precisa per la ripresa.
Una fonte della mediazione pakistana ha rivelato che la delegazione statunitense — composta dal vicepresidente JD Vance, dall’inviato speciale Steve Witkoff e da Jared Kushner — ha incontrato per due ore il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Baqer Qalibaf e il ministro degli Esteri Abbas Araqchi. Poi, una pausa. L’amministrazione Trump non ha ancora commentato l’esito dei colloqui, né le divergenze ancora aperte.
L’atmosfera era carica di tensione. La delegazione iraniana è arrivata vestita di nero, in lutto per la morte della Guida Suprema Ayatollah Ali Khamenei e per le vittime della guerra. Portavano con sé scarpe e borse appartenute agli studenti uccisi durante un bombardamento statunitense su una scuola vicina a un complesso militare. Il Pentagono ha dichiarato che l’attacco è sotto indagine, mentre fonti riportate da Reuters indicano che gli Stati Uniti potrebbero essere responsabili.
Una fonte pakistana ha descritto l’incontro come un’altalena emotiva: “sbalzi d’umore da entrambe le parti, tensione che saliva e scendeva”. E intanto Islamabad veniva blindata: migliaia di soldati e paramilitari nelle strade per garantire la sicurezza. Un ruolo, quello del Pakistan, che segna una trasformazione notevole per un Paese che solo un anno fa era isolato diplomaticamente.
Lo Stretto di Hormuz resta il nodo centrale. Mentre i colloqui iniziavano, gli Stati Uniti hanno dichiarato di star creando le condizioni per operazioni di bonifica e sminamento. Due navi da guerra americane avrebbero attraversato lo stretto, ma i media iraniani negano qualsiasi transito nelle acque circostanti.
Sul tavolo ci sono richieste pesantissime. Secondo fonti iraniane, gli Stati Uniti avrebbero acconsentito allo sblocco dei beni iraniani congelati in Qatar e in altre banche estere. Washington però smentisce. Teheran chiede anche il controllo dello Stretto di Hormuz, il pagamento di riparazioni di guerra, un cessate il fuoco regionale che includa il Libano e perfino tariffe di transito per le navi che attraversano lo stretto.
Dall’altra parte, gli obiettivi dichiarati da Trump sono cambiati nel tempo, ma due punti restano fermi: garantire il libero passaggio delle navi mercantili e sabotare il programma nucleare iraniano per impedire a Teheran di produrre una bomba atomica.
Sul fronte regionale, Israele — alleato degli Stati Uniti — continua a colpire Hezbollah in Libano e sostiene che queste operazioni non rientrano nel cessate il fuoco tra Iran e Stati Uniti. Il clima è quello di una partita diplomatica delicatissima, in cui ogni mossa può far saltare l’equilibrio.
E alla fine, una frase che riassume tutto: la diffidenza reciproca è altissima. E finché resterà così, ogni progresso sarà fragile.



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